San Francesco Saverio
Un nobile navarrese a Parigi
Francesco Saverio nacque il 7 aprile 1506 nel castello di Xavier, vicino a Sangüesa, nel Regno di Navarra — un piccolo territorio conteso tra Spagna e Francia, che la sua stessa famiglia aveva difeso con le armi pochi anni prima della sua nascita. Partì per l'Università di Parigi intorno al 1525, e fu lì, condividendo la stanza con uno studente più anziano e ben più intenso di nome Ignazio di Loyola, che la sua vita cambiò direzione. Ignazio lo tormentò per anni con una sola domanda tratta dal Vangelo di Marco — a che serve guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria anima — finché Francesco non cedette. Il 15 agosto 1534, in una piccola cappella di Montmartre, fu uno dei sette compagni che pronunciarono voti di povertà e castità accanto a Ignazio, atto fondativo di quella che sarebbe diventata la Compagnia di Gesù.
Artista sconosciuto, Ritratto di San Francesco Saverio, inizio XVII secolo, Kobe City Museum, Giappone — pubblico dominio.
Inviato a oriente, per non tornare mai più
Nel 1540, su richiesta del re del Portogallo, Francesco fu inviato in Oriente come legato pontificio — una decisione che di fatto pose fine alla sua vita in Europa. Salpò da Lisbona nell'aprile del 1541 e raggiunse Goa, capitale dell'India portoghese, nel maggio del 1542, dopo un viaggio di oltre un anno. Da lì non smise praticamente più di muoversi. Si dedicò ai coloni portoghesi e ai pescatori di perle lungo la costa dell'India meridionale, lavorò tra le comunità dell'arcipelago malese (l'odierna Malaysia e Indonesia), e nel 1549 salpò per il Giappone con due compagni gesuiti e un uomo giapponese di nome Anjirō, un fuggitivo che aveva incontrato e battezzato a Goa e che divenne la sua guida, il suo interprete e uno dei primi convertiti giapponesi al cristianesimo.
Due anni in Giappone
Francesco sbarcò a Kagoshima nell'agosto del 1549 e trascorse poco più di due anni predicando in tutto il Giappone, imparando quanto bastava per adattare la sua predicazione a una cultura completamente diversa da qualunque altra avesse incontrato in Asia — uno sforzo genuinamente notevole per un uomo privo di qualsiasi conoscenza pregressa della lingua e della società giapponese. Lasciò il Giappone nel 1551, convinto che raggiungere la Cina — considerata da lui il centro intellettuale e culturale che plasmava l'intera regione — avrebbe aperto la strada al cristianesimo in tutta l'Asia orientale. La Cina, all'epoca, vietava l'ingresso agli stranieri sul proprio territorio, così Francesco si organizzò per raggiungere l'isola di Shangchuan (Sancian), al largo della costa cinese, in attesa di un modo per entrare. Lì si ammalò e morì il 3 dicembre 1552, senza aver mai raggiunto il continente che aveva tentato di raggiungere negli ultimi mesi della sua vita.
«Non c'è nessuno che li renda cristiani»
Francesco fu un prolifico scrittore di lettere, e un buon numero delle sue lettere ci è giunto, offrendo agli storici una testimonianza insolitamente diretta della sua stessa voce — un contrasto rispetto a molti santi missionari più antichi, conosciuti principalmente attraverso l'agiografia successiva. In una lettera a Ignazio di Loyola, poi inserita nell'Ufficio delle Letture della Chiesa per la sua festa, scrisse: «Moltissime persone, qui intorno, non diventano cristiane per un solo motivo: non c'è nessuno che le renda cristiane». Nella stessa lettera si immaginava mentre irrompeva nelle università d'Europa: «Ho pensato più volte di andare per le università d'Europa, specialmente Parigi, e gridare ovunque come un pazzo, per attirare l'attenzione di chi ha più cultura che carità: "Che tragedia: quante anime vengono escluse dal cielo e cadono nell'inferno per colpa vostra!"». È un raro e vivido frammento della frustrazione autentica di una figura storica reale, non una battuta inventata per lui dopo la sua morte.
Canonizzazione ed eredità
Francesco Saverio fu beatificato nel 1619 e canonizzato il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV, nella stessa cerimonia che canonizzò Ignazio di Loyola — i due uomini che avevano condiviso una stanza a Parigi decenni prima diventarono santi lo stesso giorno. Nel 1927 papa Pio XI lo nominò, insieme a Teresa di Lisieux, copatrono di tutte le missioni estere, titolo che riflette quanto profondamente il suo decennio in Asia abbia definito l'identità missionaria gesuita per i secoli successivi. Le sue spoglie sono custodite nella Basilica del Bom Jesus a Goa, in India, dove restano meta di un importante pellegrinaggio.






