Lo sterminatore della prima Pasqua
L'ultima e la più terribile delle piaghe
Quando l'Esodo giunge al suo dodicesimo capitolo, nove piaghe hanno già colpito l'Egitto — l'acqua mutata in sangue, le rane, le cavallette, le tenebre — e il faraone si è ancora rifiutato di liberare gli israeliti schiavizzati. Ciò che segue è descritto nella Scrittura come il colpo decisivo, abbastanza severo da spezzare finalmente la resistenza del faraone: la morte di ogni figlio primogenito in tutta la terra, dalla casa reale alla famiglia del più povero prigioniero, in una sola notte.
"The Destroying Angel Passing Through Egypt," illustration from Charles Foster's Bible Pictures and What They Teach Us, 1881, Library of Congress — public domain.
Prima che accada, Dio dà a Mosè istruzioni dettagliate su come le famiglie israelite possano essere risparmiate. Ogni famiglia deve immolare un agnello, arrostirlo intero, mangiarlo pronta per la partenza, e applicarne il sangue all'architrave e agli stipiti della propria casa. L'istruzione arriva con una ragione esplicita: "Il Signore passerà per colpire l'Egitto, vedrà il sangue sull'architrave e sugli stipiti; allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire" (Esodo 12,23).
Chi — o cosa — è "lo sterminatore"?
Il testo ebraico introduce a questo punto una figura che l'Esodo chiama solo "lo sterminatore" (in ebraico, ha-mashchit), senza ulteriore identificazione. Il linguaggio del passo cambia in un modo degno di nota: il versetto 23 parla del Signore che passa oltre la porta e non permette allo "sterminatore" di entrare, sembrando distinguere tra l'azione di Dio stesso e un agente sterminatore distinto che opera sotto comando divino — mentre il versetto 29, descrivendo l'evento stesso, afferma semplicemente che "il Signore colpì ogni primogenito", attribuendo l'atto direttamente a Dio senza menzionare alcun intermediario.
La Scrittura non risolve esplicitamente questa apparente tensione, e gli interpreti della tradizione ebraica e cristiana l'hanno letta in modi diversi. Alcuni intendono "lo sterminatore" come un angelo che esegue il decreto di Dio, in linea con lo schema biblico più ampio dell'"angelo del Signore" che agisce come estensione della presenza e della volontà di Dio stesso. Altri leggono il cambio di linguaggio semplicemente come riflesso dello stile narrativo ebraico, in cui un atto attribuito a Dio può anche essere descritto attraverso l'agente che lo compie, senza implicare due attori realmente distinti. Ciò che il testo rende inequivocabilmente chiaro, indipendentemente da come si intenda la natura precisa dello sterminatore, è la totalità e la severità del giudizio: "non c'era casa dove non ci fosse un morto!" (Esodo 12,30).
Un segno che doveva essere visibile, non solo creduto
Ciò che risalta nelle istruzioni riferite da Mosè non è un appello alla sola fede interiore degli israeliti, ma a un atto specifico e visibile: il sangue applicato fisicamente a uno stipite. Esodo 12,22 istruisce gli anziani a "prendere un fascio di issòpo", intingerlo "nel sangue che sarà nel catino" e spalmare "l'architrave ed entrambi gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi esca dalla porta della sua casa fino al mattino" — un marcatore semplice e fisico, non una convinzione privata, a determinare quali famiglie lo sterminatore avrebbe risparmiato.
Questo dettaglio ha da sempre plasmato la lettura teologica del passo: qui la protezione arriva attraverso l'obbedienza resa visibile e concreta, non attraverso l'ascendenza, lo status o persino la fede tenuta in silenzio. Una famiglia israelita che non fosse riuscita a segnare la propria porta, il testo lascia intendere, non avrebbe ricevuto alcuna esenzione sulla sola base della propria identità — era il sangue stesso il segno che contava.
L'origine di una festa osservata ancora oggi
Le istruzioni di Esodo 12 non si concludono con la notte del passaggio dello sterminatore; stabiliscono un memoriale permanente. Dio dice a Mosè che questa notte deve essere commemorata per sempre: "Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne" (Esodo 12,14). Quell'istruzione divenne l'origine della Pasqua ebraica (Pesach), una delle feste più significative e durature della vita religiosa ebraica, osservata ancora oggi con un pasto rituale — il Seder — che richiama deliberatamente molti degli stessi elementi descritti in questo racconto originario.
Un'ombra della croce, nella lettura cristiana
La tradizione cristiana, fin dal Nuovo Testamento, ha letto il racconto della Pasqua ebraica come più di un unico salvataggio storico — come prefigurazione di una liberazione più grande ancora a venire. Il Vangelo di Giovanni identifica Gesù direttamente come "l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo" (Giovanni 1,29), un linguaggio che richiama deliberatamente l'agnello pasquale il cui sangue risparmiò le famiglie israelite dallo sterminatore. San Paolo rende il collegamento ancora più esplicito, scrivendo ai Corinzi: "Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!" (1 Corinzi 5,7).
Questa lettura tipologica — vedere il sangue dell'agnello pasquale come segno che indica in anticipo il sacrificio stesso di Cristo — sta al centro di come la Chiesa cattolica ha da sempre inteso l'Ultima Cena, che Gesù stesso celebrò come un pasto pasquale con i suoi discepoli la notte prima della sua crocifissione, e per estensione l'Eucaristia che ne deriva. La notte dello sterminatore, per quanto severa, diventa in questa lettura non semplicemente una storia su un giudizio evitato, ma il primo abbozzo di uno schema di liberazione molto più grande che la Chiesa ritiene dovesse ancora dispiegarsi.





