San Paolino di Nola
Un senatore che scelse la tomba di un martire al posto di una carriera romana
Paolino nacque intorno al 354 in una delle famiglie più ricche del mondo romano, con proprietà in Gallia, Spagna e Italia che lo rendevano, per qualsiasi criterio, uno degli uomini più facoltosi della sua generazione. Ricevette l'educazione riservata a un giovane aristocratico destinato alla vita pubblica, studiando retorica sotto il poeta Ausonio, le cui stesse lettere all'ex allievo sono giunte fino a noi e ci mostrano un giovane Paolino come scrittore dotato e promettente. Ricoprì cariche pubbliche, fu governatore provinciale in Campania, e per ogni indizio visibile era avviato a una lunga e agiata carriera all'interno dell'amministrazione romana.
Giacomo Tais, San Paolino, vescovo di Nola, 1729 — foto di Sailko, CC BY-SA 4.0
Da qualche parte, nei suoi trent'anni, quel percorso si spezzò. Paolino e la moglie Terasia, una nobildonna spagnola, furono battezzati, e la coppia iniziò un lungo e graduale allontanamento dalla vita che la loro nascita aveva preparato per loro. La morte del loro unico figlio, poco dopo la nascita, sembra aver approfondito questo cambiamento, e agli inizi degli anni Novanta del IV secolo la coppia prese una decisione che sconvolse i vecchi amici e corrispondenti di Paolino: avrebbero venduto le vaste proprietà di famiglia, distribuito gran parte del ricavato ai poveri, e vissuto con semplicità per il resto della vita.
Stabilirsi presso il santuario di un martire poco conosciuto
Invece di ritirarsi in un angolo tranquillo delle proprie stesse terre, Paolino scelse di stabilirsi a Nola, una città della Campania vicina a un santuario dedicato a un martire locale del III secolo di nome Felice, un sacerdote che aveva subito la persecuzione ma era sopravvissuto, morendo in pace anni dopo. Felice era, nel quadro più ampio del mondo cristiano romano, una figura minore, venerata localmente ma ben lontana dal rilievo dei martiri onorati a Roma stessa. Era, in un certo senso, proprio questo il punto. Paolino non fu attratto dal prestigio, ma da un modesto culto locale che poteva servire direttamente, accogliendo i pellegrini, ampliando le strutture del santuario, e componendo versi in onore di Felice che leggeva ad alta voce ogni anno nel giorno della sua festa.
Lui e Terasia vissero lì in una comunità dedicata alla preghiera, all'ospitalità per viandanti e poveri, e al lavoro manuale — un assetto che in qualche modo anticipava le comunità monastiche che presto si sarebbero diffuse in tutto il mondo cristiano. Paolino fu ordinato sacerdote intorno al 394, a quanto pare in parte contro la sua stessa preferenza per un ruolo più discreto, e in seguito fu fatto vescovo di Nola, carica che tenne fino alla morte, intorno al 431.
Amico delle grandi menti cristiane del suo tempo
Ciò che rende Paolino insolitamente ben documentato per una figura della sua epoca è la sua corrispondenza. Scambiò lettere con una straordinaria cerchia di contemporanei, tra cui Sant'Agostino d'Ippona, che nei propri scritti menziona Paolino con evidente affetto e rispetto, e San Girolamo, il formidabile studioso biblico impegnato, a Betlemme, nella sua traduzione latina delle Scritture. Queste lettere sono giunte fino a noi in numero considerevole e offrono agli storici una finestra rara sulle preoccupazioni intellettuali e spirituali dei cristiani colti che affrontavano il passaggio da un'aristocrazia romana ancora in parte pagana a un'élite ormai pienamente cristianizzata.
Anche la sua poesia è sopravvissuta. Paolino scrisse una serie di componimenti annuali, i Natalicia, composti ogni anno per la festa di San Felice, che fondevano le forme classiche della versificazione latina con una devozione esplicitamente cristiana. Gli studiosi della tarda antichità indicano spesso Paolino come figura chiave nella poesia latina cristiana: un uomo formato nella piena tradizione classica che indirizzò interamente quelle capacità letterarie a lodare il santuario di un martire locale, anziché la corte imperiale che un tempo sembrava il suo pubblico naturale.
La leggenda delle campane
Una delle storie più persistenti legate al nome di Paolino è che egli abbia inventato, o almeno introdotto, l'uso delle campane nel culto cristiano, ispirato — si dice — dai fiori a forma di campanella presenti nei dintorni di Nola, o da piccole campane già usate nella regione. La parola latina per una campanella di questo tipo, «nola», condivide effettivamente la radice con il nome della diocesi di Paolino, e più tardi gli scrittori medievali cavalcarono l'associazione, attribuendo direttamente al vescovo l'invenzione.
Il problema è che nulla, nei numerosi scritti di Paolino giunti fino a noi, menziona le campane, e la pretesa sembra comparire secoli dopo la sua morte. La maggior parte degli storici moderni considera la storia delle campane una leggenda affascinante ma priva di riscontro, un esempio di come una vera coincidenza linguistica — la radice condivisa tra il nome della città e la parola latina per campana — si sia consolidata nel tempo in un'attribuzione ferma ma senza alcun sostegno documentario reale. Vale la pena ripeterla come la tradizione popolare che è, essendo però onesti sul fatto che non poggia su un terreno storico solido.
Un modello di semplicità volontaria
Ciò che sopravvive più chiaramente della vita di Paolino, al di là di qualsiasi leggenda particolare, è l'esempio di un uomo che aveva ogni vantaggio mondano e lo mise deliberatamente da parte, non per fallimento o sventura, ma come risposta ponderata alla propria fede. I suoi scritti tornano continuamente su un tema di distacco: la ricchezza e lo status, sosteneva, non erano un male in sé, ma erano fondamenta fragili per una vita orientata a qualcosa al di là di questo mondo.
La decisione della Chiesa di onorarlo con una festa il 22 giugno riconosce esattamente questo esempio: un uomo ricco, colto, ben inserito, che mise i propri notevoli talenti al servizio di un piccolo santuario e di una comunità di poveri, anziché al servizio di una carriera più brillante. In un impero la cui aristocrazia cristiana stava ancora cercando di capire come tenere insieme fede e privilegio, Paolino offrì una risposta chiara, per quanto esigente.






