Pregare nei momenti difficili: 7 passi pratici

Esiste un silenzio particolare che segue una brutta notizia — il momento in cui chi ha pregato per tutta la vita scopre improvvisamente di non avere nulla da dire a Dio, o peggio, scopre di essere arrabbiato con lui. Quel silenzio non è una crisi di fede che richiede una soluzione rapida. È una delle esperienze più antiche della Bibbia, e la Scrittura stessa le dà parole quando una persona non riesce a trovare le proprie.

Passo uno: smetti di pretendere da te stesso di pregare come prima

La prima cosa, e la più liberante, da accettare in una crisi è che la preghiera nella sofferenza spesso non somiglia affatto alla preghiera della vita ordinaria, e che questo non è un fallimento spirituale. Il Catechismo descrive la preghiera, nel suo nucleo, come un'elevazione del cuore e della mente a Dio, una relazione viva piuttosto che una prestazione misurata dall'eloquenza o dalla compostezza (CCC 2559). Una sola parola ripetuta, un sedersi in silenzio senza parole, o una preghiera fatta soprattutto di lamento contano come preghiera vera. Lo scopo, in una crisi, non è suonare come si suonava prima; è restare in contatto.

Un dipinto di un uomo anziano e sofferente con una lunga barba bianca che guarda in alto con le braccia protese in una preghiera angosciata, che evoca la figura biblica di Giobbe.

Dipinto che evoca la figura biblica di Giobbe nella sofferenza e nella preghiera — pubblico dominio.

Passo due: lascia che rabbia e dolore siano detti ad alta voce, direttamente a Dio

La Scrittura non chiede mai a chi è in lutto o spaventato di recitare calma davanti a Dio. I Salmi di lamento — il Salmo 22, che si apre "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"; il Salmo 13, che chiede "Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?"; il Salmo 88, una delle preghiere più cupe della Bibbia, che si chiude senza alcuna risoluzione — mostrano un'onestà grezza e senza filtri rivolta direttamente a Dio anziché intorno a lui. Nominare esattamente ciò che fa male, inclusa la rabbia verso Dio stesso, non è un cedimento della fede; è una delle forme di preghiera più antiche e più fondate nella Scrittura.

Passo tre: prendi in prestito parole quando non hai le tue

Non c'è alcun obbligo di generare preghiere originali da zero nel mezzo di una crisi, e provarci spesso rende tutto più difficile. Pregare direttamente un Salmo di lamento, lentamente, magari ripetendo una sola riga più volte, dà al dolore un luogo dove andare senza richiedere composizione. Il Padre Nostro funziona allo stesso modo — la sua invocazione "liberaci dal male" ha un peso diverso pregata dal centro di una sofferenza reale rispetto a un martedì qualunque, e recitarlo lentamente può sostenere una persona quando nient'altro viene in mente.

Passo quattro: non confondere la sofferenza con la punizione

Una delle idee più dannose che una persona può portare con sé in una crisi — spesso assorbita informalmente più che insegnata apertamente — è che la sofferenza debba essere meritata, il prezzo di un fallimento passato. Il Vangelo di Giovanni affronta la questione direttamente: quando i discepoli di Gesù chiedono se un uomo sia nato cieco a causa del proprio peccato o di quello dei suoi genitori, Gesù respinge del tutto la premessa della domanda (Giovanni 9,1-3). La Chiesa cattolica non insegna che la malattia, il lutto o la tragedia siano punizioni mandate da Dio per una colpa personale. Qualunque significato la sofferenza possa portare, non è mai su quei termini.

Passo cinque: è possibile unire la sofferenza a Cristo, senza doverlo sentire già ora

L'insegnamento cattolico sostiene che la sofferenza, offerta in unione con la sofferenza stessa di Cristo, possa diventare spiritualmente feconda invece di essere semplicemente sprecata (CCC 1521), un linguaggio radicato nelle stesse parole di San Paolo: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Colossesi 1,24). Vale la pena conoscerlo, ma non è un sentimento che chi soffre debba produrre a comando, e non è mai l'affermazione che Dio abbia causato la sofferenza per produrre quel frutto. È un invito disponibile ogni volta, se mai, che una persona sia pronta ad accoglierlo — non un compito aggiunto sopra un momento già difficile.

Passo sei: lascia che altri portino parte della preghiera

La crisi è esattamente la situazione per cui è pensata la comprensione cattolica della preghiera d'intercessione — chiedere ad altri, vivi o tra i santi, di pregare per noi. Chiedere a un amico, a una catena di preghiera parrocchiale o a un sacerdote di pregare per te non è un sostituto minore del pregare tu stesso; è la Chiesa che agisce come un solo corpo, portando insieme un peso che una persona sola spesso non riesce a reggere. Non c'è alcun fallimento nel dire con chiarezza: "Non riesco a pregare adesso — prega per me tu".

Passo sette: torna a un ritmo piccolo e costante appena puoi

Una volta passato, anche solo parzialmente, il momento più acuto di una crisi, una pratica di preghiera breve, semplice e ripetibile — anche solo un minuto nello stesso momento ogni giorno — tende ad aiutare più che aspettare di sentirsi pronti per qualcosa di più grande. Vale lo stesso principio alla base di una semplice routine quotidiana di preghiera: la costanza conta molto più dell'intensità, specialmente quando energia e concentrazione scarseggiano entrambe. Un solo Padre Nostro detto allo stesso momento ogni giorno può funzionare come un punto d'ancoraggio anche nei giorni in cui nient'altro sembra possibile.

Niente di tutto questo deve avvenire in ordine, o tutto insieme

Questi sette passi non sono un elenco da completare in sequenza durante una crisi attiva — alcuni giorni avranno spazio solo per il passo uno, o per il passo due, e va bene così. Ciò che li tiene insieme è un'unica convinzione al centro dell'insegnamento cattolico sulla sofferenza: che Dio non abbandona chi soffre, non manda la sofferenza come punizione, e resta raggiungibile anche attraverso la rabbia, il silenzio o preghiere che sembrano non arrivare da nessuna parte. I Salmi di lamento esistono nella Scrittura proprio perché quell'esperienza è universale e prevista, non un segno che qualcosa sia andato storto nella fede di una persona. Restare in contatto, per quanto imperfettamente, è tutta la pratica.

Trivia

È peccato sentirsi arrabbiati con Dio durante una crisi?
No. La rabbia e la confusione rivolte a Dio nella sofferenza sono espresse con onestà in tutta la Scrittura, specialmente nei Salmi di lamento, e la tradizione spirituale cattolica considera il dire questi sentimenti a Dio come una forma di preghiera, non come un fallimento della fede. Ciò che conta è portare la rabbia a Dio invece di escluderlo, cosa che i Salmi stessi mostrano ripetutamente.
Cosa sono i Salmi di lamento e come possono aiutare nei momenti difficili?
I Salmi di lamento sono una categoria di Salmi — come il Salmo 22, il Salmo 13 e il Salmo 88 — in cui il salmista grida onestamente a Dio dal dolore, dalla paura o da un senso di abbandono, spesso volgendosi poi, anche se non sempre nello stesso salmo, verso la fiducia. Pregarli, specialmente quando una persona non trova le proprie parole, dà voce a una sofferenza reale all'interno di una cornice che la Scrittura stessa offre.
La Chiesa cattolica insegna che la sofferenza è una punizione di Dio?
No. La Chiesa respinge esplicitamente l'idea che la sofferenza personale sia una punizione di Dio per il peccato, una questione affrontata direttamente nel Vangelo di Giovanni (Giovanni 9,1-3), dove Gesù respinge il presupposto che la cecità di un uomo fosse causata dal peccato di qualcuno. L'insegnamento cattolico sostiene invece che la sofferenza, mai voluta da Dio come un male in sé, può essere unita alla sofferenza stessa di Cristo e ricevere un significato (CCC 1521, che richiama Colossesi 1,24).
Cosa significa 'unire la sofferenza a Cristo'?
Si riferisce alla comprensione cattolica, radicata nel linguaggio di San Paolo in Colossesi 1,24, secondo cui la sofferenza di una persona, offerta in unione con la sofferenza di Cristo sulla croce, può diventare spiritualmente feconda invece di essere semplicemente dolore sprecato. È una questione di offerta devozionale personale, non l'affermazione che la sofferenza in sé sia stata mandata o voluta da Dio a questo scopo.
Va bene pregare preghiere brevissime e semplici durante una crisi invece di preghiere più lunghe?
Sì. La tradizione spirituale cattolica ha da sempre riconosciuto le preghiere brevi e ripetute — a volte solo un nome, una singola riga, o un'attenzione senza parole — come preghiera pienamente valida, in particolare negli stati di esaurimento o di lutto in cui una preghiera più lunga e composta non è possibile. Il Catechismo descrive la preghiera fondamentalmente come una relazione e un'elevazione del cuore a Dio (CCC 2559), non come una prestazione misurata dalla lunghezza o dall'eloquenza.
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