San Girolamo Emiliani, Sacerdote
Una guerra che va male per un soldato
Girolamo Emiliani nacque a Venezia intorno al 1481 in una famiglia di piccola nobiltà, e come molti giovani della sua classe entrò nel servizio militare anziché nella Chiesa. Poco più che trentenne, ricopriva un comando nell'esercito veneziano durante la guerra della Lega di Cambrai, un conflitto brutale che contrappose Venezia a una coalizione mutevole di potenze europee per il controllo dell'Italia settentrionale. Nel 1511 Girolamo fu messo a capo di un piccolo presidio a Castelnuovo, una fortezza vicino a Treviso — che cadde. Fu catturato dalle forze nemiche e gettato in una segreta, incatenato al collo e ai piedi, con poche ragioni per credere che ne sarebbe uscito vivo.
Pittore anonimo, Liberazione miracolosa di san Girolamo Emiliani, Santuario di San Girolamo Emiliani, Somasca (Vercurago) — CC0
Fu lì, secondo la tradizione tramandata dai suoi primi biografi, che Girolamo si rivolse alla preghiera con un'intensità mai conosciuta prima, nella sua vita comoda e convenzionale di soldato. Si rivolse alla Beata Vergine Maria e — come racconta la storia — le catene si allentarono e caddero, la porta della segreta si aprì, ed egli uscì dalla fortezza senza essere scoperto, facendo ritorno a piedi attraverso il territorio nemico fino alle linee veneziane. Quali che siano stati i dettagli precisi della sua fuga, Girolamo stesso la considerò nient'altro che un intervento diretto, e non la dimenticò mai. Si recò a piedi al santuario della Madonna Grande di Treviso e appese le sue catene di prigionia davanti all'immagine di Maria come offerta di gratitudine, un gesto ancora oggi ricordato nell'arte devozionale a lui dedicata.
Da magistrato cittadino a carità di strada
La fuga non trasformò subito Girolamo in un santo. Tornò per alcuni anni alla vita civile veneziana ordinaria, servendo per un periodo come tesoriere e magistrato cittadino, e fu davvero una seconda crisi — una grave carestia e un'epidemia di peste che colpirono l'Italia settentrionale nei primi anni Trenta del Cinquecento — a spingerlo pienamente nella vita per cui è ricordato. Venezia e il Veneto circostante furono travolti da malati, affamati e, cosa ancora più dolorosa, bambini rimasti senza nessuno che si prendesse cura di loro dopo la morte dei genitori. Girolamo, ormai sacerdote, si gettò direttamente in quella crisi anziché amministrare la carità a distanza.
Cominciò a raccogliere per strada bambini abbandonati e orfani, dapprima accogliendoli nella propria casa, poi organizzando case di accoglienza più strutturate. Non si trattava semplicemente di trovare loro un letto: Girolamo insisté per insegnare ai bambini un mestiere e l'istruzione religiosa, così da poter un giorno mantenersi da soli, un approccio alla cura degli orfani notevolmente pratico per l'epoca, non solo custodiale. Fondò orfanotrofi a Venezia stessa, poi a Brescia, Bergamo e Como, spostandosi tra loro secondo la necessità e finanziando gran parte del lavoro vendendo ciò che restava del proprio patrimonio familiare.
La fondazione dei Padri Somaschi
Intorno al 1532, Girolamo si stabilì a Somasca, piccolo villaggio tra Bergamo e Milano, e fu lì che riunì una comunità di sacerdoti e laici impegnati a proseguire quest'opera in modo permanente, non più come missione di un solo uomo. Questa comunità divenne nota come Chierici Regolari di Somasca, o Padri Somaschi, formalmente riconosciuta dalla Chiesa alcuni anni dopo la morte di Girolamo. Il loro carisma univa la cura degli orfani e dei bambini abbandonati a un più ampio lavoro caritativo ed educativo, e l'ordine avrebbe gestito orfanotrofi, scuole e seminari in tutta Italia per secoli. I Padri Somaschi esistono ancora oggi, proseguendo un'opera direttamente discendente dal modello che Girolamo inaugurò negli anni Trenta del Cinquecento: una cura pratica, concreta, priva di ogni fascino, per bambini che la società aveva altrimenti dimenticato.
Girolamo estese la propria attenzione anche ad altri gruppi vulnerabili in questo periodo, lavorando per il recupero di donne costrette dalla povertà alla prostituzione e fondando ospedali per chi soffriva di quella che allora si chiamava «malattia francese». Nulla di tutto questo comportava prestigio. Richiedeva a Girolamo, uomo di nobile nascita, di trascorrere le giornate tra le persone più povere e malate di una società che generalmente le teneva a distanza — uno schema visibile nella vita di diversi fondatori caritativi dell'epoca, sebbene il percorso di Girolamo, da soldato a soccorritore di strada, resti distintivo.
Una morte coerente con la vita
Nel 1537 la peste tornò a colpire Bergamo, e Girolamo — ormai un uomo anziano per i tempi, sui cinquantacinque anni — tornò ancora una volta a curare i malati e i moribondi anziché restare al sicuro. Contrasse un'infezione durante quel lavoro e morì l'8 febbraio 1537 a Somasca, in mezzo alla comunità che aveva fondato. Fu, in un certo senso, esattamente il tipo di morte verso cui la sua vita si era diretta: non un tranquillo ritiro, ma un ultimo atto di cura diretta e fisica verso persone che nessun altro voleva toccare.
La Chiesa riconobbe la santità di Girolamo relativamente lentamente per gli standard del tempo — fu beatificato nel 1747 e canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII, più di due secoli dopo la sua morte. Il suo significato più ampio fu formalizzato nel 1928, quando papa Pio XI lo dichiarò patrono degli orfani e dei bambini abbandonati, un titolo che riflette l'intero arco della sua vita adulta piuttosto che un singolo miracolo o momento. La storia di Girolamo si affianca a quella di altri fondatori ricordati per la carità diretta e personale verso i bambini, come San Giovanni Battista de La Salle, sebbene il percorso di Girolamo sia passato per la segreta di un campo di battaglia anziché per un'aula scolastica.
Oggi, le catene di Girolamo — quelle stesse che, secondo la tradizione, gli caddero in quella segreta veneziana — sono ancora venerate presso il santuario della Madonna Grande di Treviso, un legame fisico tra il soldato che quasi morì nel 1511 e il sacerdote che trascorse i decenni successivi assicurandosi che i bambini abbandonati non dovessero fare lo stesso.






